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Il primo equivoco della scrittura professionale: lo stile neutro

di Giovanni Acerboni, foto di Sara Garnica da Pexels

La ricerca di uno stile neutro che conferisca oggettività al contenuto è il primo equivoco dei testi professionali.

Si crede di ottenere l’oggettività dando voce alle cose come se si scrivessero e si facessero da sole, nascondendo chi le scrive dietro l’impersonale, e mettendo in secondo piano chi le fa.

Lo stile che ne deriva ha due caratteristiche principali. La prima è di avere pochi verbi, e per giunta in gran parte:

  • in forma passiva e spesso senza agente (cioè non si indica la persona. Es. “La comunicazione dovrà essere inviata entro tre giorni”);
  • nei modi del participio passato e dell’infinito (= modi indefiniti: non esprimono la persona);
  • con un significato generico, come i cosiddetti verbi supporto, cioè quelli che affidano al nome di esprimere il significato. Es. “Effettuare un pagamento”. Tanto per dare l’idea della diffusione dei verbi supporto, nel nostro corpus di testi professionali CITPRO “Effettuare” si trova ogni 1500 parole, associato ai più vari significati (azione, progressione, analisi, valutazione, monitoraggio, formazione, controllo, fruizione delle ferie, assistenza educativa, programmazione ecc. ecc.).

La seconda caratteristica è l’uso di una lingua fuori corso. Per esempio persistono:

  • il verbo al participio presente (nessuno direbbe più “Spengo il gas sotto la pentola bollente il brodo”, ma più di 200 verbi vengono costruiti ancora al participio presente. Es. “Tabella contenente i dati”);
  • aggettivi e pronomi come “dello stesso” (per “suo”, “lui”. Ogni 4800 parole), “suddetto” (ogni 8000 parole), “predetto” (ogni 10000 parole), “detto” (ogni 5300 parole) ecc. ecc.

Ma è neutro o oggettivo uno stile del genere? Nemmeno per sogno.

Bisogna poi considerare anche che le parole e il modo di costruire le frasi hanno un loro punto di vista interno. Per esempio:

  • “presente”, anche se in uso nel linguaggio giuridico dalla fine del 1200 e quindi molto tipico delle leggi anche attuali, non esprime alcun punto di vista sul nome correlato (“presente decreto”). Ma rispetto ai tre successivi, vale per il documento che si sta scrivendo / leggendo, non per un altro testo;
  • “suddetto”, termine burocratico fuori corso, esprime il punto di vista dell’amministrazione sul nome correlato (es. “Il suddetto decreto”);
  • “questo” non esprime alcun punto di vista sul nome correlato (es. “Questo decreto”) affidando ad altri punti del discorso l’espressione del punto di vista;
  • “sto” esprime il disprezzo sul nome correlato (es. “Sto decreto”).

Questi quattro aggettivi, di conseguenza, non sono sinonimi (i quali non esistono proprio mai).

“Sto” mi è simpatico perché stana la lepre. Infatti, nessuno lo userebbe mai in un discorso tecnico, ma fa capire che usare “suddetto” se non si è un’amministrazione è un errore di identità (e se si è un’amministrazione, è un errore di obsolescenza).

Il fatto è che nulla può essere neutro e oggettivo in comunicazione. Per definizione: IO comunico perché ho intenzione di comunicare a TE, e, per soddisfare la mia intenzione e il tuo bisogno di conoscenza, dirò questo e non quello, e lo dirò in questo modo e non in un altro.

Quando scriviamo non possiamo evitare di fare delle scelte. Anche non scegliere è una scelta, ma è la scelta peggiore, perché si comunica inevitabilmente il punto di vista altrui.

Ogni scelta esclude le alternative, che esistono sempre. È a una di queste ultime che pensa il lettore quando invoca chiarezza e semplicità.

Gli effetti di questa creduta neutralità sono disastrosi:

  • chi scrive sparisce agli occhi del lettore, annullando la relazione o, peggio, mettendo in soggezione il lettore;
  • l’azionalità, che è l’essenziale della scrittura professionale, perde la dinamicità che ha nella vita reale: il testo è avulso dalla realtà che intende modificare e dal destinatario, che è colui che deve modificarla;
  • lo stile, anziché neutro o oggettivo, viene (giustamente) percepito come noioso, prevedibile, faticoso, piatto, trasandato. In una parola: separato dalla lingua in cui vorremmo leggerlo: una lingua di comunicazione.

La lingua di comunicazione è una lingua il più possibile naturale, una lingua che non richiama mai l’attenzione su se stessa (per una stranezza, una difficoltà, un vecchiume ecc.).

La lingua che vorremmo leggere, ma che non scriviamo. Chissà perché.

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L’editor che rilegge al tuo posto, trova frasi e parole da semplificare e spiega come (www.writexp.com)

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