Il quarto equivoco della scrittura professionale: la scrittura

di Giovanni Acerboni, Foto di Djero da Pixabay

Questo è il mio coming out.

Il coming out

Sono un pentito. Sono pentito di aver usato “scrittura professionale”. Il termine c’era prima che cominciassi a occuparmene vent’anni fa, ho continuato a usarlo, anzi è persino nel nome della mia società di consulenza e formazione (L’ink Scrittura professionale).

A farmi capire che il termine è sbagliato sono state le migliaia di persone che hanno partecipato alle mie aule.

Secondo i casi, entravano in aula:

  • amareggiate verso chi pensava che non sapessero scrivere (tra i quali mettevano anche me);
  • timorose di venire umiliate in grammatica da un estraneo supponente (io) davanti ai loro colleghi;
  • preparate a combattere fino alla morte pur di difendere la loro professionalità e sconcertate di dovere farla valutare da un incompetente (sempre io).

Se quel termine fa pensare a tutt’altro, quel termine è sbagliato. Del resto, è una traduzione letterale e acritica di business writing, proposta da chi si occupa di classificare stili, contesti, linguaggi (quorum ego, vent’anni fa). Per cui: scrittura professionale, giornalistica, per il web ecc. ecc.

La scrittura

Tutti sappiamo scrivere.

La sqola ci dà sufficienti strumenti per scrivere, cioè per mettere una parola dopo l’altra e una frase dopo l’altra senza strafalcioni da brivido (chi li fa, non sa scrivere e non lo fanno scrivere).

Le sviste grammaticali non contano (contano a scuola, dove non sono sviste).

Il fatto è che non siamo abituati a scrivere per comunicare.

A scuola e fino ai concorsi, scriviamo per dimostrare, a chi ne sa di più, che ne sappiamo abbastanza, così da essere promossi.

Accumuliamo informazioni, ostentiamo di governare lo stile della tradizione, curiamo la correttezza grammaticale come se non ci fosse un domani.

Cerchiamo di compiacere un destinatario che nella vita post-scuola non esiste più.

Questo approccio è radicato in tutti noi.

Scrivere per farsi capire

Nella comunicazione professionale, il gran problema è che il destinatario ne sa meno di noi. Non solo: non ci deve promuovere o bocciare.

Nella comunicazione professionale, il destinatario si limita a fare quello che gli diciamo di fare. Per farlo, deve capire.

Per scrivere per farsi capire non bisogna affatto imparare a scrivere. Basta capire come scrivere per farsi capire.

Nei miei corsi, la parte dedicata a come scrivere per farsi capire occupa meno di un quarto del corso.

Non è che la lingua italiana (ma nemmeno le altre) abbia poi così tanti modi di essere utilizzata. Fondamentalmente due:

  • soggetto umano > verbo transitivo > complemento oggetto
  • soggetto inanimato > verbo intransitivo o passivo > complemento indiretto

Roba da terza elementare.

Il problema è liberarsi dalle abitudini nel frattempo prese (ma ti aiuta Writexp).

I problemi veri della comunicazione professionale sono due:

  • la repressione dell’intenzione comunicativa;
  • il fallimento della sintesi (che qui vi risparmio).

Parafrasando Manzoni, la comunicazione professionale sa come si usa la lingua, ma ha perso di vista che cosa è la lingua (Manzoni diceva del linguista Graziadio Isaia Ascoli che sapeva tutto sulla lingua, tranne che cosa fosse una lingua).

La repressione dell’intenzione comunicativa

La lingua è il codice con il quale esprimiamo il nativo impulso a comunicare, qualsiasi cosa vogliamo o dobbiamo comunicare.

Questo nativo impulso viene represso nella comunicazione professionale.

Non a causa del contenuto, ma a causa del disagio che chi scrive sente nel contesto della comunicazione professionale.

Persino gli avvocati e i professionisti, che pure scrivono a proprio nome, reprimono l’intenzione comunicativa quando, per esempio, scelgono l’impersonale invece dell’io o del noi.

Chi scrive nelle organizzazioni non scrive per un proprio impulso, ma in nome e per conto della sua organizzazione. Questa è una difficoltà.

Il destinatario è intermediato dall’organizzazione, anche quando è un collega.

La comunicazione professionale paga la tassa dell’innaturalezza.

Ma c’è modo di pagare meno tasse.

Una questione di consapevolezza

Quando cominciamo a lavorare per una organizzazione, dobbiamo adottare il suo stile. Che non c’è (quasi) mai. Quello stile è lo stile di (quasi) tutte le organizzazioni. I testi professionali si assomigliano tutti dal punto di vista stilistico.

Questo stile proviene da decenni di tradizione comunicativa, viene rigorosamente rispettato anche se palesemente vecchio, sicché nessuna persona di buon senso lo userebbe per scrivere qualsiasi altra cosa per conto suo (tipicissimo è il caso degli avvocati: scrivono benissimo, tranne quando fanno gli avvocati).

Ma c’è di peggio del vecchiume. Questo stile:

  • è inadatto e indifferente al destinatario dei testi professionali, o addirittura mira a metterlo in soggezione;
  • è tipico della materia, per cui appare strano o brutto a chi ne ha studiata un’altra.

L’uscita dall’impasse è semplicissima: acquisire la consapevolezza che sia possibile scrivere per il destinatario senza perdere un grammo di tecnicità. Come, è facile. Basta costruire diversamente le frasi. Roba da terza elementare.

La lingua di comunicazione

Il busillis del discorso è trovare una lingua di comunicazione. Una lingua che:

  • tutti sappiano scrivere;
  • il destinatario sappia comprendere senza rileggere (basta la conoscenza dei contenuti tecnici minimi).

Questa lingua di comunicazione può essere applicata ovunque e sempre. Ricordiamoci infatti che ogni volta che non è così, lui (il destinatario) lo vede, e qualche domanda se la fa su dove viviamo e come pensiamo.

Tanto più dopo il diluvio di comunicazioni istituzionali sul Covid: ormai chiunque vede chi comunica a volto coperto.

L’editor che rilegge al tuo posto, trova frasi e parole da semplificare e spiega come (www.writexp.com)

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