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Da Pexels

Il terzo equivoco della scrittura professionale: l’impersonalità

di Giovanni Acerboni

Nessuno vorrebbe leggere un testo professionale.

Ma, per come sono spesso scritti, pare anche che nessuno li voglia scrivere.

In realtà, ho conosciuto migliaia di scrittori professionali appassionati del loro lavoro, ma molti sono come bloccati da una strana scissione tra scrittura e comunicazione.

Cercano una scrittura impersonale perché pensano che il proprio ruolo lo esiga. C’è del gran vero in questo. Infatti, giustamente:

  • i testi professionali non sono quasi mai firmati;

Separare l’IO dalla propria organizzazione è un tipo necessario di impersonalità. Non è facile da gestire, anche psicologicamente.

Ciò che deve essere mantenuto è la natura della comunicazione.

La comunicazione, tanto scritta come parlata, presuppone l’intenzione di comunicare.

L’intenzione di comunicare non deve mai essere repressa, se si vuole ottenere lo scopo, perché lo scopo lo realizza il destinatario. E lo realizza molto prima, molto meglio e molto più volentieri se il messaggio è in sintonia con lui. Un messaggio spersonalizzato non può ottenere la sintonia del destinatario.

Ci sono impersonalità evitabili facilmente.

Per esempio, l’impersonale (“si comunica”) non è l’unico modo per sostituire “io”. Anzi, non lo sostituisce, ma lo nasconde. Infatti, qualcuno pur starà comunicando. Chi, se non tu? Basterebbe dire “L’Ufficio tale comunica che” oppure “Comunichiamo che”.

Ma ci sono impersonalità evitabili meno facilmente, perché non sono percepite come impersonalità.

Derivano tutte dal rifiuto (inconsapevole) di comunicare un punto di vista.

Comunicare un punto di vista non significa affatto comunicare opinioni. Due cose soprattutto veicolano il punto di vista:

  1. il taglio con cui presento l’argomento in funzione del mio scopo e del mio destinatario (errore fatale è il copia-incolla);

Illuminante esempio è la Relazione del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, del 30 marzo 2020:

  • nel primo capoverso utilizza il noi inclusivo (io e tutti i cittadini): “La repentina diffusione del nuovo coronavirus (Covid-19)… ha sconvolto le nostre abitudini di vita”. Effetto: nessuna distanza dal destinatario.

Il punto di vista è la chiave che trasforma qualsiasi argomento in qualcosa che voglio comunicare al mio destinatario affinché lo condivida.

Dalla cancellazione del punto di vista derivano molte legnosità della scrittura. Qualche esempio:

  • il passivo senza agente (chi deve fare la cosa non viene nominato). Es. “La comunicazione dovrà essere inviata entro 60 giorni”. Effetto: il destinatario si sente in soggezione, sempre ammesso che abbia capito di essere lui a dover fare quella cosa.

La cancellazione del punto di vista è forzata, innaturale e persino assurda.

Chi vi rinuncia, in realtà non vi rinuncia, perché assume il punto di vista espresso dalle parole che ha usato pensando che lo preservassero dalla comunicazione del proprio punto di vista. Su questo argomento, ho scritto là.

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L’editor che rilegge al tuo posto, trova frasi e parole da semplificare e spiega come (www.writexp.com)

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